Rossi Anna

22/05/95

Intervista ad Anna Rossi

Marica Peron e Liviana Zagagnoni 

D. Vuole dirci qualche dato suo personale?

R. Sono nata il 30 novembre 1928 e quindi sono abbastanza vecchia adesso, sono passati diversi anni. Quando hanno messo le leggi razziali io ero ancora una bambina. Avevo 10 anni e facevola Velementare e mi ricordo che ci ho sofferto moltissimo perché andavo al Liceo Musicale oltre che alla scuola ebraica fino alla V elementare. Dopo sono andata a fare le scuole pubbliche. Poi sono cominciate le leggi. Non è mica vero quello che dicono che siano state all’acqua di rose, perché invece sono state subdole. Hanno forse colpito anche di più perchè hanno incominciato prima con il divieto di tenere la donna di servizio, la governante che non poteva essere di razza ariana, poi con i cittadini stranieri…

D. Ci po’ dire anche qualcosa sulla sua famiglia, tanto per poter inquadrare lei?

R. La mia è una famiglia di religione ebraica. Mio nonno faceva il commercio nel ramo………. Mio zio, forse lo avrà già sentito nominare, il dott. Melli Bruno…………….. Mio padre faceva il rappresentante. Mia nonna. Stavamo tutti insieme.

D. Quindi una famiglia della piccola borghesia quindi?

R. Borghese, molto modesta.

Dicevo che queste leggi sono state molto subdole, non è vero che siano state all’acqua di rose, han fatto soffrire molto, i bambini credo, perché quando è venuta fuori la legge che i bambini ebrei non potevano più andare a scuola con gli altri, cioè nelle scuole pubbliche, perché questo contaminava (il nostro sangue era diverso dal loro), io ci ho sofferto moltissimo perché andavo al Liceo Musicale e sono stata cacciata dal Liceo che mi piaceva tanto perché io sono musicista. E allora mi ricordo, questa è una cosa che mi è rimasta impressa, quando è venuta fuori questa legge, perché poi le davano con il contagocce che era anche peggio insomma, mi ricordo che io mi sono messa a piangere. Avevo 10 anni e ho messo la testa sul tavolo e ho detto “ Che cosa ho fatto di male per no poter più andare a scuola?”. E allora mio padre ha detto “No ci andrai lo stesso!”.

Poi hanno istituito la scuola ebraica, ma eravamo molto pochi, però avevamo ottimi professori perché le dittature oltre che criminali sono anche stupide secondo me. Perché cacciano le persone migliori, perché, per carità, non voglio fare del razzismo alla rovescia, però tanti professori, tanti medici, se ne sono andati e così (intendo i dittatori) hanno perso delle menti, non voglio dire che non ce ne fossero delle altre, però tante menti erano perse. Einstein credo sia abbastanza emblematico. Perché le dittature sono anche stupide oltre che criminali.

E mi ricordo di questo fatto. Sono stata alla scuola ebraica e un mio professore è stato Giorgio Bassani, professore di lettere del IV anno perché fino alla IV ginnasio, malamente, ci hanno lasciato vivere.

D. Gli anni se li ricorda?

R. Sì, dal ’38 al ’43. Eravamo in 5 e mi ricordo che una volta la scuola l’hanno chiusa, finché non ci hanno più permesso di andare a scuola e allora… (è una sospensione dell’intervistata)

D. Perché?

R. Questo bisognerebbe chiederlo… non si sa!

D. Deve essere stata una decisione del Rabbino?

R. No, no, l’ha chiusa il governo. La scuola in via Vignatagliata ce l’hanno chiusa, sa dov’è l’ex ghetto, e allora per poter tornare a studiare andavamo a casa dei professori, quindi da un professore all’altro, da una casa all’altra per le lezioni, perché ci avevano chiuso la scuola. E’ stata una cosa molto triste per me. Quando andavo a dare gli esami soprattutto, perché la scuola era privata, quindi non era parificata, ci mettevano o in un’altra aula, oppure, se non c’era posto, nella stessa aula però sempre indietro, sempre ben separati, molto ben separati.

Io provavo un senso di vergogna, non avevo fatto niente, ma provavo questo senso di vergogna perché vedevo questi ragazzini che mi guardavano come se avessi fatto chissà cosa.

E’ una cosa che mi è rimasta sempre impressa e non ho mai potuto dimenticarla.

D. Anche nella vita dopo?

R. Sì! Dopo siamo andati incontro all’8 settembre, prima il 25 luglio, con la caduta di Mussolini si sperava che le cose cambiassero, ma Badoglio non aveva abrogato le leggi. Lui aveva detto che la guerra continuava. E’ stato al fianco dei tedeschi finché c’è stato poi l’8 settembre. Con l’8 settembre le cose hanno cominciato a mettersi molto male perché Badoglio ha fatto questo armistizio e hanno fatto credere che esisteva un negoziato e poi questo fatto che hanno lasciato l’Italia in balia di se stessa. Questa è stata una cosa terribile per me. Il governo se l’è presa comoda, lui se n’è andato via “ti un saluto” così nel testo

L’Italia era senza governo, senza niente; questi poveri soldati non sapevano cosa fare, da che parte andare coi tedeschi in casa perché naturalmente sono arrivati subito i tedeschi in casa e con i tedeschi in casa le cose si sono messe molto molto male.

Allora si è cominciato ad aver molta, molta paura.

Mi  ricordo che prima siamo sfollati a Cesenatico, che mio papà viaggiava, quindi conosceva molta gente. Quando siamo andati a Cesenatico mia mamma è andata dal Maresciallo dei Carabinieri e lui gli aveva detto: “Guardi signora, io non vedo nulla, non vedo niente……………………..”. E poi la cosa si è fatta molto più pesante. E poi si è pensato di andare giù.

D. Nelle zone già liberate?

R. Nelle zone già liberate, arrivare a Brindisi con i pescherecci, ma non si usavano più perché i tedeschi avevano

Allora dopo si sono messi d’accordo con delle persone che si conoscevano che ci hanno messo in contatto con delle persone nostre amiche che lavoravano all’I.M.I., quindi lavorando all’I.M.I., facendo finta di lavorare per il governo, [la fabbrica aveva convertito la propria produzione da un uso civile a bellico], nello stesso tempo aiutando le persone.

D. Certo, e dove?

R. In provincia di Varese da queste persone che noi non conoscevamo e sono state persone straordinarie perché loro erano cattolici praticanti, di quel cattolicesimo veramente praticato perché hanno aiutato tante persone a rischio della loro vita.

D. Ecco, scusi, il ruolo di questa famiglia di cattolici praticanti che rischiava del proprio…

R. Hanno rischiato! Ci hanno tenuto in casa loro in sei più la persona che ci accompagnava! Ci siamo tenuti in contatto dopo la guerra.

D. Dopola Liberazione, questo loro impegno è stato riconosciuto in qualche modo, è stato scritto su di loro…

R. Non lo so! Bisognerebbe ricercare in Lombardia! Adesso sono morti! Comunque la famiglia era di Gallarate e si chiamava Torreggiani. Il vecchio aveva già due figli che facevano il soldato, poi era in contatto con la resistenza. Un uomo di un coraggio incredibile. Sennonché, quando noi siamo passati in Svizzera per la prima volta che si doveva passare da Ponteteresa ce ci avevano messo in contatto con i contrabbandieri che lo facevano per soldi, molti però hanno lasciato anche gioielli.             Siamo stati presi dai tedeschi io e mio fratello, io avevo 15 anni lui ne aveva 12. Siamo stati fermati proprio lì. Siamo stati in mano dei tedeschi due giorni. E noi sapevamo che esser stati presi dai tedeschi, era il 13 dicembre 1943, era stata una disperazione perché la strada faceva delle curve e ci avevano mandati avanti con mia madre questi contrabbandieri con degli altri dicendo “Noi veniamo dopo!” perché avevano organizzato. Tra l’altro avevamo passato la notte in un posto di gente poverissima, su in montagna vicino al confine svizzero, in provincia di Varese. Noi avevamo qualcosa da mangiare e volevamo dividerla con loro, ma hanno rifiutato, mangiando pane e cipolla, non avevo mai visto una miseria così. E mi ricordo che mia madre voleva dargli 500 lire che erano quanto restava da tutti i risparmi. E mi pare che li avessero rifiutati, ma adesso non ricordo bene se li avessero rifiutati o accettati, o rifiutati per timore che i tedeschi glieli avessero trovati, perché 500 lire allora erano molte. E in casa di gente così povera trovare 500 lire!

Ad un certo punto sentiamo dire “Alto là”! Ci siamo trovati i tedeschi davanti che ci hanno portati via, anche la guida.

Noi non sapevamo più niente dei nostri genitori e dei miei nonni e siamo stati così, non si sa come dire, costernati diciamo ecco. Dopo ci hanno portato prima a Varese in un posto dove ci hanno interrogato. C’era un capitano tedesco che voleva sapere perché eravamo lì, che cosa avevamo fatto e io ho cercato di inventarmi qualche cosa perché poi ci avevano separato. Mio fratello lo avevano messo in una cella. Ero spaventatissima perché un tedesco lo minacciava con il fucile. Poi era molto delicato di salute. Al primo che mi ha interrogato io ho risposto che non sapevo niente, insomma non ho detto nomi. Lui cercava anche di minacciarmi. Fra l’altro c’era un interprete di Trieste che era cattivissimo, più cattivo del capitano tedesco. Urlavano, io avevo paura e loro mi dicevano “Chi è che vi ha portato qui?”. “Io non lo so. Io non so niente. Io non ho fatto niente”. “Dove sono i vostri genitori?” e io “Non lo so”. “Come non lo sapete?” A un certo momento mi è venuto in mente, non so così per caso, forse per paura, di dire “I miei genitori sono in Svizzera”. Non sapevo niente io dei miei genitori. “Come in Svizzera? I genitori lasciano i figli così”. Li ho lasciato dire, l’importante era salvarsi. Dopo, questi tedeschi che non erano per fortuna SS, ci hanno consegnato ai carabinieri di Varese dove ci hanno tenuti lì per un po’ e poi ci hanno portato dalle suore, in un convento. Ah, mi dimenticavo di dire che mi hanno anche chiesto “Dicci la verità!”. Io ho detto “Non so niente!”, hanno cercato anche di insistere.

Dalle suore ho chiesto alla madre superiora se potevo telefonare, sapevo il numero della famiglia che stava a Gallarate e la madre superiora mi ha detto “Dammi il numero che li chiamo io!”. La mattina dopo, ad una cert’ora la suora ha detto “Vieni che c’è una persona che ti vuole vedere” ed era uno dei figli di questo signor Torreggiani che anche lui aveva paura e non ha detto una parola. Gli sono corsa incontro e lui non ha detto una parola. Io sono rimasta lì così, molto delusa e poi se n’è andato. Nel frattempo erano venute delle persone che erano state arrestate dai tedeschi e c’erano due signore romane, una delle quali era in stato interessante, con un bambino che era figlio di un’altra signora. Un bambino bellissimo, biondo. Una di queste signore aveva sposato un ebreo, o di origine ebrea e volevano scappare in Svizzera perché avevano paura e li avevano presi. Il marito era finito in galera e lei l’avevano messa in questo convento. Anche loro erano disperate poverette e loro ci han detto che il lunedì mattina sarebbero venuti a prenderci per portarci con un camion a Como dove le SS ci avrebbero portato via.

D. Lei sapeva dei lager?

R. Eh, ormai si incominciava a sapere! Io non ci credo quando dicono che non sapevano niente i tedeschi. Ma quando sentivano quell’odore acre, per esempio, del fumo dei corpi che bruciavano e possibile che non vedessero tutta questa gente, questi campi…Io non ci credo, io proprio non ci credo che non sapessero niente. Lo sapevamo noi qua, ormai si sapeva questo e si sapeva come li portavano ad Auschwitz perché li mettevano nei carri bestiame e poi centinaia di persone senz’aria…

Quello che trovo terribile, e apro una parentesi, è che oggi si cerchi di dimenticare tutto questo…

E’ una vergogna. E’ una vergogna, come trovo che sia una vergogna che i fascisti siano andati al governo. Non ho finito ancora. E allora è successo poi che noi abbiamo aspettato lì, ore ed ore che non passano mai in quella situazione…

D. Con quella prospettiva poi…che glielo avevano proprio detto in faccia.

R. Ci trasportarono proprio a Como e a Como c’erano le SS che ci aspettavano. Ci aspettavano per fare il numero, di riempire un camion. Finché la domenica mattina, ad una cert’ora, mi chiama la madre superiora e mi dice “Venite, c’è una persona che vi aspetta!” ed era il nostro amico di…………… che ha detto “Mettetevi un fazzoletto in testa, non facciamoci vedere, fai presto…”, allora gli ho detto che c’erano anche queste persone che erano lì, che mi dispiaceva, allora hanno chiesto a queste signore se volevano venire con noi e loro hanno preferito restare insieme, c’era anche il marito. E allora ho detto “Dateci almeno il bambino, almeno il bambino”. Abbiamo cercato, anche lui ha insistito per farlo venire, ma avevano paura.

E dopo questo signore era in contatto con un gruppo di partigiani che avevano occupato un intero paese e c’era venuto a prendere la domenica perché la domenica i tedeschi facevano festa, era festa per loro…

D. Si ubriacavano…

R. Si ubriacavano e quindi era meno pericoloso. Allora ci ha portato, ci ha camuffato un po’. Poi abbiamo saputo che non c’era soltanto lui, c’era lui e un altro figlio……….

Dopo abbiamo saputo che avevano tagliato i fili del telefono perché avevano timore della suora, che era molto titubante perché aveva paura. E gli ha puntato anche contro la pistola che si portava sempre dietro alla gola e alla tempia. “O lei mi da i bambini o io le sparo!” Era capace di farlo, perché non scherzava! Dice “Io sono cattolico praticante ma se lei non mi da i bambini io sparo!” E allora questo…

E allora ci hanno portato in questo paesino e i miei erano nascosti in una osteria e siamo rimasti lì perché la notte avemmo dovuto passare la montagna e i partigiani ci avrebbero portato di là.

Abbiamo passato di notte questa montagna, con i partigiani che ci hanno accompagnato, e il nostro amico fino a ………………… Abbiamo fatto 13 ore di montagna e le prime due ore sono state intensissime perché c’era pieno di foglie secche, si saliva facendo un passo e si scendeva di due. Poi mio nonno che aveva…………….un partigiano se l’è portato sulle spalle. Quando siamo stati al confine loro sono tornati indietro. Mio nonno aveva anche perso la sua borsa…….comunque poco importava, importava salvarsi la vita.

Quando siamo arrivati in Svizzera ci siamo trovati in un bosco di betulle dove non c’era nessuno. Ad un certo punto abbiamo sentito qualcuno che gridava in francese “Alto là!”. Allora ci hanno portati al ………….che era un cinema, a Pontetresa mi pare che fosse, e quando siamo stati lì ci volevano cacciare via.

D. Gli svizzeri?

R. Gli svizzeri, perché avevan detto “Basta con questi ebrei?”

D. Perché non portan soldi!

R. Sì, perché loro se c’era qualcuno appunto, quelli che avevano soldi, rimanevano. Perché erano 5 mila franchi di deposito, allora, per chi li aveva 5 mila franchi! Una cifra enorme, non li avevano tutti di sicuro. Non ci siamo fermati lì e mia mamma ha incominciato a piangere “Se ritorniamo in Italia ci fucilano perché siamo scappati” e mio nonno ha detto “Io in Italia non ci torno”, un vecchio molto deciso. Nel frattempo una signora, che era la moglie di un finanziere, ha detto, con non so se il capitano, “Ma non vede come sono ridotti poveretti, ma almeno li faccia venir su, almeno i due bambini che si riposino un po’”. Era una signora italiana che aveva sposato uno svizzero. Dopo siamo rimasti in contatto. Dopo ci ha portati su e ci siamo riposati un po’. Nel frattempo passava un capitano, credo, e allora mia mamma gli ha raccontato tutta la storia, quello che era successo e dopo un po’ è arrivato il permesso d’ingresso.

D. Dopo quanti giorni?

R. Subito. Siamo rimasti due anni.

D. Il gruppo di partigiani che vi ha aiutato a passare di quale formazione facevano parte?

R. Cattolica. Delle parti di Luino, credo che sia sul lago Maggiore.

D. Comunque lei ha avuto l’impressione che fosse una formazione di partigiani cattolici?

R. Io ero una ragazzina, non pensavo nemmeno a queste cose. Le ho sapute dopo queste cose. Poi sono venute fuori dopo. A noi bastava che fossero partigiani, sapevamo che c’erala Resistenzache si opponeva alla Repubblica di Salò.

Era venuto con noi giovani, aspetti una cosa molto strana perché non si è mai saputo esattamente che cosa fosse, c’era un austriaco che diceva di essere architetto che stava con una italiana, avevano una bambina della mia età e doveva scappare, diceva lui, perché lo avevano trovato addormentato vicino al telefono. Era evidentemente un soldato austriaco o tedesco, dopo però credo che non l’abbiano più preso (seguono alcune frasi non importanti, ma decifrabili). Così nel testo

D. Vorrei tornare indietro un attimo. Quando lei è stata presa dai tedeschi, poi la sua famiglia le ha raccontato cosa è a loro volta successo?

R. Sì. Quando questo nostro amico, questo anziano signore, si è accorto che le cose non andavano per il meglio, ha detto ai miei “Torniamo indietro”. “Ma dove sono i bambini?”, li ha cercati e li ha riportati indietro (i genitori). Io non so, presso quale famiglia…Dopo gli ha detto che eravamo stati presi e allora mio papà e mia mamma avevano detto “Adesso noi andiamo (è questa una cosa veramente strana, io sono convinta che esista una predestinazione) vogliamo sapere se i nostri figli sono stati presi” e allora i nonni hanno detto “No, perché voi avete Bruno, avete un altro figlio, non è giusto”. E hanno vagato per le montagne perché volevano andarsi a costituire. Vagato per le montagne per cercare un posto dove autodenunciarsi e si sono fermati in una caserma di finanzieri e gli hanno raccontato tutto, gli hanno detto che loro volevano denunciarsi e gli è stato risposto “Io la vostra denuncia non le prendo perché se voi vi autodenunciate siete finiti, ricordatevelo e non rivedrete mai più i vostri figli. E invece così qualche possibilità ci può essere”. Si è rifiutato di prendere la denuncia.

D. C’è stata qualche persona buona…

R. Sì, si è proprio rifiutato di prendere la denuncia e così sono ritornati in questo paesino, in questa osteria dove ci hanno aspettato insieme ai nonni.

D. Quindi sono stati loro i primi ad avere contatti con i partigiani.

R. Ci sono state altre persone. Sa quel ragazzino, Cesano, che faceva il partigiano, il più giovane partigiano. Era un ragazzino ebreo e questo non si dice. Se ne parla pochissimo e invece faceva la staffetta.

D. In quale zona operava?

R. In Emilia credo, Bologna.

D. Ma io intendevo rispetto alla sua famiglia. Voi eravate stati presi, sono stati loro a cercare l’aiuto dei partigiani?

R. Erano in contatto e poi mandavano i soldati in Svizzera, i soldati che si rifiutavano di combattere.

D. Questo quindi è stato il momento più brutto?

R. Terribile, non riesco a dimenticarlo. E dopo poi si è saputo quello che han fatto, ma si è saputo dopo però si aveva già sentore di camere a gas, di forni crematori. Perché era un’organizzazione che aveva qualcosa di tremendo, era un’industria. L’industria della morte. Io ho letto tanti libri, perché io sono convinta, molti dicono non vogliono sapere, non vogliono sentire, invece io sono assolutamente convinta del contrario, che bisogna sapere perché più si sa meglio è. Perché altrimenti non è detto che non si ritorni, se non si ritorna in quel modo si ritorna in qualche altra forma, del restola Bosniainsegna mi sembra,la Bosnia, il Ruanda lo insegnano.

D. Si in effetti, le cose tremende che stanno avvenendo lì…

R. E le abbiamo ben vicine… le abbiamo vicine, perché questi pazzi, io non ho ancora capito perché si fanno la guerra, per il gusto di ammazzarsi. Ad un certo punto bisogna dire così.

(Seguono interessanti valutazioni sulla situazione politica della ex Jugoslavia, ma che esulano un po’ dalla materia che si intende trattare).

Riprende Liviana raccontando del recente seminario di Trieste tra donne della resistenza di ieri e quelle della nuova nella ex Jugoslavia.    

C’è stato un parallelo sulla traccia delle testimonianze. C’erano delle ebree che si erano salvate dai lager e hanno raccontato esperienze molto “forti”. Una cosa che l’ha colpita è che studiavano l’alimentazione perché l’individuo non l’individuo non superasse i 9 mesi di vita. Perché finché erano sani li facevano lavorare, dopodiché quando incominciavano i primi effetti dell’alimentazione scarsa, delle malattie avevano già una motivazione per eliminarli. Calcolavano l’alimentazione.

Anna Rossi. Dicono che Hitler era pazzo, ne sono convinta. Ma tutti quelli che l’hanno seguito erano tutti pazzi?

(Seguono valutazioni su Berlusconi, su Fini).

D. Quando siete ritornati in Italia?

R. Siamo stati in Svizzera dal ’43 al luglio del ’45, perché appena finita la guerra non ci hanno permesso di venire in Italia, non so per quale motivo. Mio papà è venuto in Italia clandestinamente perché voleva vedere cosa era successo, cosa era rimasto, perché non c’era rimasto niente.

D. Aveva trovato lavoro là?

R. Si certamente. Chi poteva andava libero ma c’era sempre …………………………..oppure qualcuno che garantiva.

D. Come siete riusciti in due anni….(sottinteso mantenervi)

R. Presso famiglie, noi figli nei collegi e i nostri genitori nei campi di lavoro.

D. Quindi lei è riuscita a continuare la scuola…

R. Lui (il fratello) ha fatto la prima a Friburgo, anche perché lì c’è il conservatorio. Ha imparato bene il francese.

D. Se voleva mai comunicare!

R. Siamo rimasti anche in contatto con certe persone. Ma non è vero che siano tutti cattivi o gretti, c’è anche gente buona.

D. Secondo me sì, se la resistenza ha vinto…

R. No, no, ma dico in Svizzera.

D. Sì, sì, ma penso ovunque anche nella Germania c’è stata molta resistenza interna, meno che in Italia tanto è vero….

D. che molti di loro sono finiti in campo di concentramento, gli oppositori…

R. Però non è stato un fatto di massa…però se ne sono sbarazzati mandandoli appunto nei forni crematori

R. Non so, hanno sentito quell’imbecille, io lo chiamo imbecille, Beghino che è presidente dei reduci della Repubblica di Salò (avrebbe sostenuto n. d. r.) che “Le leggi razziali non sono una cosa necessaria”, perché c’era la guerra e quindi bisognava combattere i nemici interni. Da notare che gli ebrei italiani sono sempre stati molto patriottici. Hanno combattuto nella prima guerra mondiale…

D. Anche nel risorgimento…

R. E anche nelle guerre del risorgimento….

D. Molti ferraresi, tra l’altro si sono distinti…, gli ebrei ferraresi, italiani, sono sempre stati fedeli, perfettamente inseriti…

R. Sì, pur mantenendo la loro identità…Sa una cosa che a me ha fatto pensare molto, io credo e sono fermamente convinta di questo, che se gli ebrei sono stati perseguitati, sono 2 mila anni che li perseguitano, e sono sempre sopravvissuti, io credo che sia stato l’amore per la cultura e credo che sia questo che li ha fatti sopravvivere perché anche nei posti peggiori, anche quando erano chiusi nel ghetto a Varsavia o a Bereng hanno sempre organizzato in un qualche modo, anche senza mezzi, una scuola per i bambini. Io sono convinta di questo. Forse anche questo fatto che non è una religione di massa (ebraismo) o un’ideologia di massa…

D. Certo che un popolo istruito, che legge, che studia è un popolo che…

R. Che pensa. Mi pare che sia stato Primo Levi che ha detto “Un uomo può essere ucciso ma i suoi pensieri attraversano i cancelli” (citazione a memoria e forse non corretta). L’importante è pensare con la propria testa perché alle dittature questo da fastidio.

D. Ci racconti allora il suo ritorno…

R. Il nostro ritorno è stato molto avventuroso perché l’Italia era ridotta a pezzi, non c’erano biglietti quindi non c’erano le ferrovie, quindi siamo tornati con mezzi di fortuna e l’ultimo tratto tra….

D. Prima era venuto il papà a vedere…

R. No, l’abbiamo trovato a Ferrara

D. Ah, è tornato da solo a Ferrara…

R. Eh sì, è tornato a vedere cosa c’era…Noi stavamo in via Brasavola. E non avevamo mica più niente. Bisognava ricominciare da capo. Per un anno siamo stati in un posto, nell’ex ricovero ebraico…Finché poi, ma era una cosa terribile perché era stato bombardato e quindi c’era una zona completamente scoperta e siccome non c’era abbastanza posto i miei nonni dovevano dormire come fuori, cioè in una stanza però non c’era da chiudersi dentro e sono venuti anche i ladri. Poi veniva giù la sabbia dal tetto e avevamo sempre il letto pieno di sabbia. E’ stato un anno così, poi non c’era nemmeno il pane

D. Forme di solidarietà, una volta poi ritornati nel luglio del ’45, con le altre famiglie ebree, magari quelle che avevano più subito le ripercussioni dei campi di concentramento dei loro parenti…I rapporti come erano tra di voi nella comunità ebraica e rispetto anche gli altri ferraresi?

R. Ma sa, la gente, siccome ci eravamo salvati, in un certo senso ci guardava anche un po’ male perché ci eravamo salvati…

D. Perché voi eravate andati all’estero…

D. E delle disgrazie forti in famiglia ce n’erano state.

R. Sì, abbiamo avuto un cugino, figlio di un fratello di mio papà che fu catturato dai fascisti. Lui era di Torino, fu catturato sulle montagne attorno Torino. Erano in 24, furono uccisi dai fascisti, erano della resistenza. Un eroe della resistenza. E poi ho avuto dei parenti dalla parte di nonna………………………………………………………………che sono stati portati ad Auschwitz e poi quando sono arrivati i russi li hanno portati via, li portavano via a piedi perché volevano distruggere tutto, non volevano far vedere. Dicono che i soldati russi quando sono arrivati ad A., molti non hanno resistito, sono svenuti per quello che hanno visto.

(Seguono interessanti valutazioni sulla situazione politica, con polemica nei confronti di Craxi (lei dice di aver sempre votato socialista). Sulla politica internazionale e i rigurgiti di fascismo e nazismo)

D. Vorrei farle un’altra domanda se possibile. Lei ha iniziato parlando delle leggi razziali, in particolare citava quella che riguarda l’istruzione, la scuola. Se ne ricorda qualcun’altra che ha giocato sulla sua pelle in modo forte?

R. So che le davano con il contagocce. Le persone non potevano più occupare posti pubblici…

D. Non potevano neanche più insegnare, anche frequentare circoli sportivi vero…c’era il problema della Marfisa…

R. Era permesso alle persone ariane, alla razza ariana… Adesso ci rido anche su, era tragico allora. Oggi lo vedo anche come una forma di stupidità, è grottesco. Il fascismo se non fosse finito in tragedia sarebbe stato grottesco perché bastava solo vedere Mussolini a torso nudo quando doveva dare la battaglia del grano, oppure con l’orbace tutti i suoi lacchè, col saluto fascista. Oggi mi fa ridere sta roba, si dovrebbe farmi piangere. Viva il duce, aeila aeila. Il fascismo era grottesco.

D. Io ricordo quando ero ancora alla scuola superiore e c’è stato alla Sala Estense un ciclo dei Cinegiornale Luce e facevano vedere Mussolini che parlava al balcone di palazzo Venezia. Eravamo tutti giovani di sinistra in sala a sghignazzare, era anche un prendere in giro, uno smitizzare…

R. Solo che c’era da piangere…

D. Sì, d’accordo e c’era anche quall’altra riflessione che poi saltava fuori “Ma guarda da cosa ci siamo lasciati irretire noi italiani…”.

R. Il manganello, l’olio di ricino…

D. Comunque le grandi dittature hanno bisogno di queste immagini…

D. Ma c’è stato il consenso di massa, soprattutto in certi anni, quelli dell’impero…

R. Già quell’impero…

D. Ci eravamo montati la testa, avevamo anche noi le terre al sole, le colonie come gli inglesi, i portoghesi, gli spagnoli, ci sentivamo grandi…

D. Le nostre campagne in Africa…

(Seguono altre considerazioni sulle guerre coloniali)

R. Ma cosa avrebbero dovuto fare questa povera gente, questi poveri soldati una volta fatto l’8 settembre. Hanno fatto l’armistizio senza prima stabilire niente di quello che sarebbe successo di questi ragazzi. Si son trovati sbandati…

(L’intervista prosegue con vicendevoli e condivise considerazioni su temi di politica interna e internazionale).

D. L’inserimento poi nella città le ha portato dei problemi in quanto ebrea, dopo.

R. No, abbiamo fatto amicizie nuove. Oddio, una forma di antisemitismo c’è sempre stata e penso che ci sarà sempre.

D. Ma, ad esempio, non vi siete mai sentiti commiserare come ebrei? Oh poverini, come è ingiusto quello che vi è successo.

R. No, in un altro modo, non con commiserazione. Mi han detto che è stata una tragedia.

D. Cioè l’hanno detto con toni pacati e sentiti, non esteriori.

R. E’ una cosa che viene fuori, viene fuori più adesso che nel dopoguerra.

D. E sì che doveva essere più forte la sensazione, sembrerebbe, nel dopoguerra.

R. Sembrava quasi che si volesse cancellare, più che dimenticare cancellare come se niente fosse stato. Dopo sono incominciati i libri, Anna Frank, Primo Levi. Penso che qualcosa si sia poi incominciato a sapere sin da allora. Perché anche noi in pratica non l’abbiamo saputo rimanendo in Svizzera questi quasi due anni, non l’abbiamo mica saputo.

D. Però dalla Svizzera doveva essere più facile prendere le radio libero, Londra…

R. E ma noi eravamo nei collegi.

D. Non dico di voi che eravate bambini, piuttosto gli altri familiari…

R. Sì, sì, penso che si seguissero le vicende…Si sapeva che gli alleati stavano venendo su e che hanno fatto molta, molta fatica.

(L’intervista si conclude con alcune considerazioni sull’avanzamento del fronte alleato fino alla linea Gotica con alcune affermazioni sulla liberazione di Ferrara svolte da Vittorio Passerini nel suo libro e sulla sinistra italiana).

 

1 risposta a “Rossi Anna”

  1. Suys Willy A. ha detto:

    Ho conosciuto Anna Rossi nel 1963 in occasione di un congresso a Ferrara, Mi ha raccontato la sua storia e quella della sua famiglia. Ci siamo visti ed abbiamo scritto regolarmente e siamo restati amici da questa data. Gli abbiamo reso visita nel 2001. Ma da qualche anno non avevamo più notizie di Anna, abbiamo appreso alcuni giorni fa soltanto essa è deceduto, ma non sappiamo quando. Conoscete la data del suo decesso, ciò mi farebbe grande piacere di saperlo. Un cordiale grazie anticipato.

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